Luglio 28, 2021

Il mito di Atlantide

La prima notizia di un continente sconosciuto situato nell’Oceano Atlantico risale a Platone: in un dialogo Crizia narra che novemila anni prima di Solone, secondo quanto  suo nonno aveva sentito da Solone stesso il quale a sua volta l’aveva ascoltato in Egitto da un sacerdote di Sais, si estendeva di là dalle Colonne d’Ercole l’isola di Atlantide, più grande dell’Asia e della Libia unite assieme. L’abitavano i dieci figli che il dio Poseidone aveva generato da una donna mortale,Clito. La loro discendenza estese l’impero fino all’Egitto e alla Tirrenia e, grazie all’abbondanza dei frutti che la terra offriva spontaneamente e alle ricchezze minerarie del sottosuolo, prosperò nel commercio e nell’operosità. I monti che separavano il luogo dal mare “si diceva che superassero per numero, grandezza e bellezza tutti quelli ora esistenti, e chiudevano tra loro molti villaggi, ricchi d’abitanti, e fiumi e laghi e prati, che fornivano nutrimento sufficiente a tutti gli animali domestici e selvaggi, e selva copiosa e svariata, che porgeva materiale abbondante a tutti i lavori in generale e a ciascuno in particolare”.

Gli abitanti, rispettosi delle leggi e “animati amichevolmente verso il nume della loro schiatta”, costruirono templi, regge, porti e arsenali, vivendo nella giustizia e nella pace. Ma quando l’elemento divino in loro venne sopraffatto dal carattere umano, re e popoli divennero avidi di ingiusta potenza meritando il castigo di Zeus. Fu così che una loro spedizione di guerra nel Mediterraneo venne sconfitta dagli antichi Ateniesi, che allora eccellevano per sapienza, virtù e potere, e che in tal modo liberarono generosamente tutti i popoli abitanti al di qua delle Colonne d’Ercole. Successivamente, però , a causa di grandi terremoti e inondazioni, nel tempo di un giorno e di una notte, tutti i guerrieri ateniesi “sprofondarono insieme dentro terra, e similmente scomparve l’isola Atlantide assorbita dal mare; perciò ancora quel mare è impraticabile e inesplorabile, essendo d’impedimento i grandi bassifondi di fango che formò l’isola nell’inabissarsi”(Timeo).  

Il mito di un tempo in cui l’uomo viveva in armonia con il creato e con il suo creatore è sempre esistito nelle culture dei popoli, ma il mito di Atlantide è particolare perché conferisce a quel luogo beato una precisa collocazione nell’oceano a ovest del mondo conosciuto.

Prima della scoperta dell’America l’Atlantico aveva aperto i suoi confini soltanto all’immaginazione, ospitando nel VI secolo il leggendario viaggio di San Brandano e alle spedizioni vichinghe che rimasero però sconosciute in Europa.

L’interpretazione delle Sacre Scritture, trascurando le conoscenze geografiche ed astronomiche già appartenute alla cultura greca, dipingeva la Terra come un’isola piatta, al cui centro era Gerusalemme e , da qualche parte più in alto, il Giardino dell’Eden con i quattro fiumi, Tigri, Eufrate, Gange e Nilo sgorgati dalla sua sommità. S. Agostino stesso, pur accettando l’ipotesi della sfericità del mondo, aveva negato la possibilità che esistessero terre agli antipodi, che alcuni pensavano dovesse controbilanciare il peso di quelle dell’emisfero settentrionale, perché gli abitanti di quelle zone separate dal mare non avrebbero potuto ricevere la parola del Cristo così com’era scritto nel Vangelo. L’ecumene, cioè ‘l’isola della terra’, lo spazio definito abitabile dai Greci che si pensava fosse costituito da Europa, Asia ed Africa, era l’unico luogo che Dio aveva concesso all’uomo per condurre la propria esistenza,un luogo ben delimitato, circondato dalle acque, che poteva in ogni momento essere di nuovo sommerso se si fosse suscitata la collera divina, ma comunque posto sempre al centro della Terra, situata a sua volta al centro dell’Universo. Per Dante l’ardire conoscitivo del suo Ulisse che lo spinge al di là delle Colonne d’Ercole rimane pur sempre un “folle volo”.

Quando, nell’agosto 1492, Colombo salpò da Palos, deciso a raggiungere le Indie passando per l’Oceano Atlantico non pensava, o almeno non dichiarò mai, che avrebbe trovato un nuovo continente sulla strada.Colombo si proclamò convinto, come aveva affermato anche Aristotele, che

l’Asia si estendesse maggiormente verso est e che la circonferenza della terra calcolata da Tolomeo in diciottomila miglia fosse giusta.Per questo egli credeva e sperava di poter raggiungere in un tempo più che ragionevole la meta che si era prefissa.Colombo perfino si meravigliò che gli abitanti avessero normali sembianze, visto che Mandeville aveva descritto in Asia esseri straordinari dotati di un unico piede, o con la testa rivolta all’indietro e altre simili eccentricità. Il fatto che vi fossero degli uomini confermava, comunque, agli occhi di Colombo, che quel luogo apparteneva all’isola della Terra. L’assenza di grandi città, di miniere d’oro e di pietre preziose non scosse affatto la sua sicurezza di essere arrivato nell’Asia. Egli credeva di aver raggiunto le sponde orientali della Terra, ed era certo che in seguito avrebbe trovato ciò che cercava, e cioè la comunicazione tra l’Oceano Atlantico e l’Oceano Indiano. Tutti i suoi viaggi successivi furono guidati da questa incrollabile fede e da un’identica convinzione, e furono volti quindi a dimostrare che le coste della terra avvistata erano identiche a quelle dell’Asia. A Colombo non restava, quindi, per dimostrare la sua tesi, che continuare a costeggiare verso sud le presunte coste orientali asiatiche fino a trovare l’inevitabile passaggio che avrebbe dovuto condurre nell’Oceano Indiano. Nel corso del suo terzo viaggio,avvenuto nel 1498, dovette constatare che solo una vasta estensione di terra poteva giustificare la presenza di tanta acqua dolce quanta quella rinvenuta nel golfo di Paria nell’odierno Venezuela,alle foci dell’Orinoco. Solo allora Colombo concepì in effetti l’idea di un “orbis alter”, di cui avevano osato parlare gli scrittori pagani, ma soltanto nell’ipotesi che si trattasse di una grossa isola e senza quindi venire in contrasto con la teoria dell’ecumene. Con l’ultimo viaggio, cioè il quarto, Colombo si rese conto, perlustrando le coste a sud della penisola dello Yucatan, che non esisteva alcun passaggio per l’Oceano Indiano. Fu così costretto ad ipotizzare, allo scopo di mantenere l’accordo tra la sua teoria e dati sperimentali,che le terre scoperte continuassero una penisola addizionale dell’Asia,quale compariva ad esempio nel globo composto a Norimberga da Martino Behaim nel 1492.

Grazie all’impresa del 12 ottobre del 1492 l’oceano non avrebbe più definito i confini della dimora assegnata da Dio all’uomo,ma sarebbe stato parte del mondo stesso. Nel giro di cinquant’anni il mondo, per il bene o per il male, si sarebbe ‘saldato’ in cerchio completamente.