Luglio 28, 2021

Le ragioni della tristezza

Il critico George Steiner, in un denso saggio, “Dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero” (traduzione di Stefano Velotti, Garzanti, pagg, 87, euro 11), affronta, con forza argomentativa ma con linguaggio semplice, un’analisi delle possibilità e dei limiti del pensiero e la ricerca delle cause dell’aura di tristezza che lo caratterizza. Gli dà lo spunto una frase del filosofo tedesco Friedrich Schelling : un “velo di tristezza, … si stende su tutta la natura, la profonda, insopprimibile malinconia di ogni vita”, in Ricerche filosofiche sull’essenza della libertà umana (1809). E’ interessante questo accostarsi di un critico di acuminata intelligenza, come Steiner, tipico rappresentante di un’epoca senza certezze, che si agita nei gorghi residuali del nichilismo e di un esistenzialismo problematico e scettico, ad un filosofo del romanticismo, un idealista immerso nell’ottimismo della costruzione di un sistema filosofico compiuto, capace di spiegare la totalità dell’essere.

Le calamite mi sembrano la sensibilità e le intuizioni di uno Schelling che ha indagato in profondità l’animo e il destino dell’uomo in rapporto all’Assoluto. Rivoli di questa filosofia arrivano sullo scrittoio dei pensatori di oggi: la melanconia è uno di questi. Per Schelling l’esistenza umana, la mente, la conoscenza, la percezione dei processi mentali attingono a un fondo oscuro, inspiegabile. Il pensiero nasce avvolto in una “materia oscura”, la tristezza, la pesantezza dell’animo, che è anche creativa, in quanto l’intelletto si misura sulla sua capacità nel superarla. Lo stesso fondo oscuro, da cui sorge ogni energia intellettiva, non è estraneo alla difficoltà della mente di pensare il pensiero, di penetrare il processo del pensare. In effetti non sappiamo “che cosa sia il pensiero, in che cosa consista il pensare”. Siamo fermi all’intuizione di Parmenide che identifica il pensiero con l’essere. Da ciò se ne deducono la debolezza, i limiti, la lontananza dalle verità, pur essendo, il pensiero, la sorgente della filosofia.

Steiner, nell’analizzare la natura del pensiero, si pone sulle tracce (ragioni) della tristezza che lo permea. Ne trova dieci. Il pensiero è come il respiro, cessa con la morte. Se guardiamo all’estensione dei campi su cui spazia si ha l’impressione di una sua infinità. Esso riflette sull’esistenza umana, sulla natura; può concepire una molteplicità di universi, inventare la fantascienza; può inoltrarsi nei misteri mistici e religiosi, fondare religioni, mondi metafisici. Consente all’uomo il dominio sulla natura. Perché la tristezza che l’accompagna? Steiner prova a rispondere. “L’infinità del pensiero è anche un’infinità incompleta”. Il pensiero è capace di formulare le cosiddette “domande ultime”: “Come è nato l’universo? Le nostre vite hanno uno scopo? Esiste Dio?”; ma non è in grado di dare le risposte. Il dubbio e la frustrazione fanno parte del corso del pensiero. Una seconda causa di “melanconia indistruttibile” deriva dalla difficoltà di un controllo sul pensiero. Può originarsi da “profondità somatiche e psicosomatiche”; non controlla i processi della psicologia del profondo, subconscio, inconscio, psicoanalisi, ipnosi; l’atto del pensare è soggetto ad intrusioni che lo interrompono, lo deviano, l’alterano, lo intorbidano. C’è il pensiero involontario che segue percorsi, per così dire, anarchici.

La concentrazione assoluta è dote di pochi individui che si trovano nella fase del loro fulgore; spesso è pagata con l’esaurirsi delle capacità mentali.”La tristezza è connessa ad ogni vita finita”. Pensare è l’atto più privato e intimo; nessuno può penetrare il nostro pensiero. “I pensieri sono il nostro unico possedimento sicuro. Formano la nostra essenza” Anche nell’unione erotica il pensiero può essere altrove. Nel medesimo tempo possiamo dire che il complesso dei nostri pensieri non è estraneo agli altri; formano anzi il luogo comune di miliardi di esseri. E’ difficile essere originali. Non può esserci la verifica definitiva della verità o dell’errore del pensiero. “Il pensiero esistenziale, i procedimenti del pensiero nella vita quotidiana e intellettuale non possono aprirsi un varco verso alcun regno di verità incontrovertibile, eterno”. Invano il linguaggio tenta di imporre una sua autonomia; ne nascono “disordini mentali”, ossessioni, che favoriscono la creatività, ma sono contrari a qualsiasi disciplina scientifica dell’espressività linguistica. Il pensiero è dispendioso. I processi di formazione dei pensieri, i flussi di pensiero, consci o inconsci, sono, “nella stragrande maggioranza dei casi, confusi, senza scopo dispersi, sparpagliati e inspiegati”.Non ci sono all’origine atti di volontà; la congerie della casualità domina. Si formano flussi spesso appena avvertibili.

La mente non regge la quantità di questi passaggi; tutto questo assume contorni indistinti. Quel che la mente riesce a trattenere e fissare sulla tabula della memoria è una parte estremamente esigua. Allora col pensiero affiorano immagini, odori, sapori, piaceri a cui attinge la vitalità della nostra esistenza. Ma quanto è andato perduto! Quanto si perde attimo per attimo. Che sarebbe la nostra vita se potessimo avvalerci in qualunque momento di questa ricchezza di pensieri; ne rimangono minimi frammenti, spesso nulla. La mente umana si agita nel tentativo di penetrare questo enigma. I pensieri che formano la nostra vita intellettuale, lottano per emergere da una zona grigia, per abbattere la barriera delle forma, suoni, segni, colori, parole, cose. Il pensiero pone, per attimi, l’uomo di fronte alla possibilità di una infinità, ma la delusione è il suo pane. C’è una distanza tra pensiero e atto, tra l’immaginato e la sua enunciazione linguistica. Sentimenti, intuizioni, illuminazioni intellettuali o psicologiche “si affollano sul confine interno del linguaggio ma non riescono ad aprirsi un varco”. Vengono alla luce solo per attimi, per frammenti. Di fronte a questa incapacità, all’imperfezione di ciò che viene fuori, a questo “virus dell’incompiutezza” monta il senso di nausea, della speranza tradita, la massa delle disillusioni. Abitiamo il mondo attraverso il pensiero, ma c’è qualcosa che si interpone; le percezioni, le osservazioni sono atti di pensiero che non riescono a “vedere le cose come sono”; l’intelligenza opera sempre in mezzo a limitazioni indefinibili.

Da ciò la frustrazione della coscienza, il muro dell’incomprensione, le barriere del linguaggio. L’opacità in cui agisce il pensiero rende impossibile sapere che cosa stia pensando un altro essere umano. Neanche nei momenti di più intensa intimità, mentre facciamo l’amore, riusciamo a conoscere il pensiero dell’altro. Si rimane estranei. Solo nell’esplosione di odio e di paura il pensiero scopre la sua fisionomia, benché abili virtuosi della duplicità possano dissimularli. Non si può fare luce nel labirinto della interiorità. La vita umana si svolge nel magma di atti di pensiero, ma una parte minima degli individui sa come pensare. Pochi hanno la capacità di pensare pensieri che valga la pena di conservare, tramandare; di mobilitare energie per raggiungere un alto grado di concentrazione; in agguato c’è l’approssimazione e l’errore. Non esiste alcuna chiave pedagogica che possa aprire le porte della creatività: Si possono insegnare le tecniche, la sintassi, la metrica, la nota musicale, ma non non l’uso di questi mezzi per raggiungere terreni di assoluta originalità espressiva. Pensare significa pensare l’essere, come dice Heidegger?

Appare impensabile la morte, il nulla. Le elaborazioni di esperimenti mentali sulla morte hanno portato a credenze, mitologie, fantasie, costruite su fondamenti non verificabili. E’ indubitabile che il pensiero dell’essere e del nulla, o della morte, portano l’intelletto umano a porsi il problema dell’esistenza di Dio. Siamo l’essere vivente che è pervenuto a queste altezze, ma dobbiamo constatare che, rispetto a Parmenide o a Platone, non siamo arrivati minimamente alla comprensione degli enigmi della natura, dello scopo della nostra esistenza, del mistero della morte, della possibile presenza o assenza di Dio. Personalità geniali si sono provati a penetrare questi enigmi; nessuno è giunto a conclusioni verificabili. La lama del pensiero s’infrange contro il muro invalicabile dell’ignoto. La scienza non può dare alcuna risposta alle questioni essenziali. L’uomo è l’essere vivente che sopravanza tutti gli altri per l’ampiezza, la fulmineità del pensiero, che, però, “ lo lascia straniero a se stesso e all’enormità del mondo”. Da ciò la melanconia, le disillusioni, le frustrazioni, le inquietudini che accompagnano il pensiero e la vita dell’uomo.