Luglio 28, 2021

Ogni figlio è una poesia©

Ogni figlio è una poesia, unica, irripetibile. Per chi ha dei figli questa suggestione non è immediatamente evidente. Partiamo dal capire cosa è una poesia. Quando il linguaggio della parola scritta diventa poesia? Intanto, una cosa certa, è che non può esistere una poesia senza un linguaggio originario. Per questo motivo, la condizione stessa della poesia è l’esistenza del linguaggio che ci permette di produrla.


Anche un figlio segue la stessa linea logica. Lui esiste per un atto d’amore originario. La condizione primaria di un figlio, quindi, è insita nell’esistenza stessa, certa e reale, dei genitori. Da queste tesi deriva che se non può esistere poesia senza un linguaggio, allo stesso modo non può esistere un figlio senza genitori.


Qual è allora la domanda madre e la risposta che ne sussegue? La poesia è già tutta contenuta nel linguaggio? No di certo. Affichè ci sia poesia, che tramuti il linguaggio, c’è bisogno di un evento, di una invenzione, di una creazione. Il linguaggio offre solo lo strumento dal quale la poesia sovverta il linguaggio stesso e generi una creazione nuova, unica e identitaria.
Esattamente come la condizione essenziale di un figlio. Il figlio è una poesia. Chiara. Perchè origina dal linguaggio, cioè dai suoi genitori, cioè dalla vita dell’altro che ha donato la vita, ma il suo compito primario, imprescindibile, è diventare una poesia, unica, identificativa del suo essere e del suo divenire. Diventare non quello che era previsto dal linguaggio dell’altro, del genitore, ma qualcosa di nuovo, sviluppare una vita differente dalla vita dell’altro. Esattamente come la poesia che è diversa dal linguaggio che la genera.


Ogni figlio deve diventare uno sforzo bilaterale di poesia, sia dalla parte di genitori che lo devono accompagnare e non “legare”, ma anche e soprattutto dalla parte del figlio che ha diritto e bisogno di autocrearsi, inventarsi senza essere costretto ad assomigliare forzatamente a regole o impartizioni, ricavante dalle esperienze, o dalle ansie, genitoriali.
Per questo stato di cose, si comprende così il perchè ogni figlio sente inconsciamente il bisogno di smarcare il proprio pensiero da quello genitoriale. E lo fa, inconsciamente, attraverso conflitti adolescenziali che tanto preoccupano, ma che invece sono salutari e propedeutici al suo sviluppo psichico libero. Per il genitore il conflitto non deve risultare insolente o contropoducente, ma dovrebbe essere come un affettuoso dovere da assolvere nel migliore dei modi.

Primo consiglio: non mettersi mai in antagonismo, schiavi delle proprie esperienze e impartizioni asettiche che fanno parte di una educazione esemplare che si vorrebbe istituire. La vita è una palude piena di insidie, e il genitore lo sa bene, ma è anche piena di tanto sole, che per essere goduto, ha bisogno delle piogge. A volte anche violente. Non sarà mai, come pretendiamo con i nostri schemi e atteggiamenti duri e ansiogeni, un’autostrada diritta senza svincoli e senza incidenti come vogliamo sperare di credere. Inducendo il figlio a sottostare agli schemi, in teoria perfetti, ma utopistici, dei continui richiami alle regole, creeremo adulti educati, ma insicuri, ansiosi e diffidenti.


Con questo non voglio dire assolutamente, e me ne guarderei bene, che le regole non debbano esistere. Anzi al contrario, le regole sono indicazioni fiduciarie di giusto e corretto svolgimento all’interno della vita sociale. Ma il punto con un figlio non è questo. Abbiamo il dovere di regalargli la responsabilità della sua vita, sostenendolo sempre e in tutte le sue scelte, consigliandolo assertivamente, ma senza imposizioni spesso urlate anche con il dissenso aperto. Il giusto sforzo d’amore prodotto, a questo punto, raggiungerà l’acume massimo, solo quando si configurerà una ulteriore precisa caratteristica genitoriale.

Qual è la caratteristica? Un genitore, dopo essere riuscito, non senza difficoltà di crescita anche personale, dopo un percorso irto e ardito psicologico, a riconoscere in sè la consapevolezza dello sforzo di donare la poesia a beneficio del figlio, non deve fare l’errore di “accettare” il sistema così creato. Si rischierebbe di accettare, ma solo come impossibile da risolvere, la situazione. E’ un errore, ripeto.

Non bisogna accettare, perchè non c’è altro da fare, ma al contrario bisogna intimamente e sinceramente amare indiscriminatamente proprio la differenza del figlio, la sua bizzarria, il suo tentativo, inconscio, di autoidentificarsi. Solo così lui potrà capire fino in fondo la differenza, la vera differenza, somatizzando il vero valore della giustizia di certe regole, non imposte, ma coniate per il suo bene. Per finire, a questo punto, possiamo comprendere come esistono due grandi menzogne, due retoriche pedagogiche che vorrebbero spiegare il rapporto genitori figli. La prima menzogna:

  • la prima menzogna pedagogica oggi molto diffusa è quindi quella delle regole. L’educazione è ridotta alla regolazione del comportamento dei figli e i genitori sono le prime sentinelle a verificare la giusta applicazione delle regole sulla vita del figlio, come se l’educazione fosse domare un cavallo a cui mettere una museruola e un paraocchi per fargli compiere il giusto percorso, senza parlare, e senza farsi miraggiare dal circostante. Il principio primo della regola, è che ogni regola ha un valore generale, vale per tutti. Ogni figlio però non è solo un cittadino di una società organizzata, e quindi uno di questi tutti, ma è anche e soprattutto un essere che non può e non deve essere uguale ad un altro, come nessuna poesia è uguale ad un’altra. Ogni figlio ha una vita unica, insostituibile e irripetibile. Una vita propria, è fatto alla sua maniera, con le sue inclinazioni, le sue attitudini, le sue bizzarrie, i suoi sintomi. Dobbiamo regalargli questa possibilità fin da subito. Dovremmo tener conto ogni volta della singolarità, dell’attitudine anche anarchica, a volte, che caratterizza la sua vita. Ogni figlio è un figlio unico. Non dovrebbe ricevere regole anonime, comuni per tutti, ma insegnamenti e accudimenti specifici per la propria particolarissima e unica, incomparabile vita.

La seconda menzogna

  • la pedagogia moderna ci dice con certezza che con il figlio bisogna “dialogare” e con il dialogo, riuscire ad essere empatico e comprensivo. Tre paroline, quindi, di cui tutti sanno il significato, dialogo, empatia e comprensione, e che tutti i genitori moderni pensano di mettere in pratica anche all’interno delle proprie regole. In realtà quando gli adulti dialogano con i figli non dialogano quasi mai autenticamente. Vivono il dialogo come un modo di convincimento del figlio. Il dialogo non è ascoltare davvero la parola del figlio, ma in fondo risulta sempre un imporre, in modo maieutico, la propria idea su quella del figlio. Perchè il genitore ne sa di più e autorizza ad essere ascoltato e di conseguenza seguito. L’idea del figlio anche se sentita, non sembra essere ascoltata, passa in secondo piano, addirittura non confacente al progetto che si ha su di lui. Non è vero dialogo così e si capisce bene. Con l’empatia, poi, si dovrebbe capire il figlio senza ombra di dubbio. Ma chi capisce il figlio ormai? I figli, per principio, sono incomprensibili, appartengono ad un’altra generazione che non capiamo e resistono ad ogni sforzo empatico con una forma difensiva di pressappocchismo che sembra distacco, ma non lo è. E’ una forma di tentativo di identità che stenta a far notare come importante, come necessaria. Non si può comprendere un figlio quando sembra non ti segua e non ti ascolti. Ma raramente ci chiediamo il perchè di questo, se non attribuendola alla sua voluta distanza. La risposta risiede nel fatto che non abbiamo mai ascoltato bene e profondamente lui. Non abbiamo mai focalizzato, come primario, quello, cioè, che ogni figlio ha dentro rispetto alla difformità del nostro sentire, che sembra a noi la regola giusta, l’unica che lo possa preservare dalle minacce di ogni tipo, che lui non percepisce. E nemmeno questo è vero.

Conclusione.
Il vero amore genitoriale non è amore che passa attraverso il dialogo, la comprensione e l’empatia….ma è l’amore del “SEGRETO” del figlio, cioè di quella differenza irriducibile del figlio, che espone alla sua maniera, con i suoi tempi e i suoi limiti, tutto il suo divenire ancora incompiuto. Non è amando il figlio che noi avremmo voluto che fosse, quello ideale, ubbidiente, compito, rispettoso, educato, incline allo studio e alle discipline sportive di compendio, che possiamo essere sicuri di amarlo nella giusta maniera.

Non funziona così. E’ controproducente e prepara figli bloccati, prigionieri dei giudizi e impauriti dalla vita.Ogni figlio è distante dall’ideale che immaginavamo potesse essere. E se anche lo amiamo accettandolo per come è, con le sue stravaganze e distrazioni evidenti, nonostante lo amiamo anche se distante dal nostro ideale e dal percorso giusto che la vita propone, sbagliamo proprio perchè non facciamo altro che solamente accettarlo.

Accettare presuppone una consapevolezza intrinseca dell’accettazione “nonostante la strada sia sbagliata”. Non è così che dovremmo fare, dobbiamo amarlo invece proprio per questo, esclusivamente per questo, perchè è differente da ogni idea che ci eravamo creati per lui su di lui. Proviamo ad amarlo nella sua scabrosa, atroce, differenza.

Amiamolo nella sua “POESIA”, creazione a partire dal linguaggio nobile di ogni genitore. Poesia unica di un figlio unico, che non può e non deve assomigliare all’idea che ci siamo fatti di lui, fin dalla sua nascita.

Ecco perchè un figlio deve essere poesia, per esprimere la sua creazione arrivata fino a noi da un linguaggio d’amore, convertendola naturalmente in una poesia assoluta, unica e bellissima. Sarà un uomo consapevole e pronto per la vita. Sua e non nostra. Alla sua maniera e non alla nostra. Sarà il modo migliore per renderlo eletto anche tra le regole da rispettare e da assimilare.

E sarà questo il modo di realizzare quello che di più importante possiamo mai sperare per lui.


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